The September Issue

Ne Il diavolo veste Prada, Meryl Streep smette i propri panni di intoccabilità e glaciale professionalità nello spazio privato della sua camera d’albergo, struccata, scoperta, solo verso la seconda parte della pellicola, dell’alone glamour che la rende inaccessibile e profondamente temibile, come richiesto lei dal ruolo di capo supremo dell’impero editoriale Runway. In The September Issue Anna Wintour, caporedattrice di Vogue America, della quale Miranda Priestly sembra proprio sia stata la libera trasposizione cinematografica, svela lati del proprio lavoro e del proprio io che, per ragioni puramente narrative, la pellicola del 2006 non era riuscita a mostrare. Nota ai più per il suo caschetto inamidato e lo sguardo sempre nascosto dietro a delle lenti scure, la Wintour è la macchina da guerra alla quale fa capo uno dei settori più profiqui del mondo della comunicazione. Notoriamente influente sul lavoro di indiscussi talenti della moda mondiale e capace di stroncare o di decretare il successo di intere collezioni (la si vede storcere il naso e ammiccare al nostro Riccardo Tisci main designer per Givenchy) è al contempo mecenate di una ristretta cerchia di nuovi giovani talenti (tra questi anche il talent duo di enfant prodige Proenza Shouler) che, sotto l’ala protettiva del marchio Vogue, si fanno spazio in un settore a tutt’oggi talmente ricco e variegato da non riuscire a non essere anche ostile e tutt’altro che permissivo.

Per la prima volta gli uffici di Vogue aprono le proprie porte ad un occhio indiscreto documentaristico. Della lunga e travagliata preparazione di quello che è il numero piu’ importante e voluminoso della storia della testata (Settembre 2007, si raggiunge il picco record di ben 840 pagine) seguiamo retroscena e meetings, servizi fotografici completamente stracciati e realizzati daccapo con notevole dispendio di risorse umane ed economiche, i minuziosi processi di riorganizzazione di rubriche e servizi, il lavoro collettivo preposto al raggiungimento di un unico comune obiettivo, dare vita al numero più importante di ogni anno editoriale per una rivista di moda, quello che rivela le collezioni invernali, che suggerisce e determina trends, successi, flop economici.

Alcuni di noi, incosciamente spaventati da quella vorticosa eccentricità e dall’accecante bellezza che del mondo della moda sono soltanto alcuni dei pilastri portanti, si preoccupano ‘solo’ di comprare vestiti. Che rappresentino in qualche modo il nostro io, la nostra personalità o che semplicemente ci coprano. A molti, che gli abiti che indossiamo lancino anche un messaggio su chi siamo, cosa vogliamo e da dove veniamo, sembra non interessare. Che si contribuisca in qualche modo a dar forma al mondo in cui viviamo anche attraverso il linguaggio corporeo e il corpo come ‘involucro’ sembra solo la farneticazione di un semiologo annoiato. Quello che viene, forse insieme al solo inafferrabile mercato dell’arte contemporanea, percepito dai più come un business che alimenta e che è alimentato da vuote vanità e giochi formali superficiali come il culto del bello, dell’irraggiungibile perfezione corporea o del lusso per il lusso (con tutti i folli, incomprensibili eccessi che ne derivano), viene qui debitamente riaffermato e celebrato come, il risultato di una meravigliosa sinergia, del lavoro collaborativo estenuante e totalizzante tra competenze diverse, una sublimazione di marketing e creatività, tra ciò che è stato e ciò che sarà, tra domanda e offerta, tra il sogno di pochi (creative directors, stylist, fotografi) e il sogno (ancora non sognato, verrebbe da dire) di molti (i lettori). Come il cinema o la letteratura, la moda, così come anche la sua rappresentazione mediatica, si alimenta di queste contraddizioni in termini ma soprattutto è lavoro artigianale, di cesellatura, di editing, di distruzione e costruzione, di intuizione (un sesto senso tutto femminile quello della stylist Grace Coddington e della stessa Wintour di sapere cogliere il nuovo nel vecchio, di saper non indurre desideri quanto piuttosto svelarli), di invenzione e narrazione.

Da sempre è viva una diatriba all’interno del mondo del design sul se i designer (in senso lato, sia che questi si occupino di moda, grafica o prodotti) debbano essere considerati o considerare se stessi come degli artisti. Dal momento che la nostra è una lingua ricca che del reale coglie tutte le sfumature, crediamo si debbano usare parole diverse per concetti diversi. Nel documentario Valentino. The Last Emperor o in Marc Jacobs & Louis Vuitton viene celebrato il genio artistico di due stilisti estremamente diversi tra loro e che possono essere scelti come simboli di due generazioni a confronto. Un genio artistico che viene rappresentato in azione: ci accorgiamo di come il comune denominatore del loro operato sia sempre e comunque una visione/intuizione che trova concreta realizzazione solo attraverso il lavoro del singolo in collaborazione con altri, nella considerazione di fattori economici e materiali, nella soluzione, quindi, di un problema. Il fatto che il raggiungimento di questo obiettivo e che la creazione del bello, avvenga attraverso un processo creativo e di lateral thinking non rende il mondo della moda intercambiabile a quello dell’arte.

Ritratta in un momento di quiete domestica insieme alla figlia adolescente, la Wintour appare dolce e materna, può non dover mantenere a tutti i costi il proprio ruolo integgerrimo di capo timoniere e guida spirituale dell’intera ciurma. La figlia confessa di sognare di diventare un avvocato, di rispettare il lavoro della madre ma di avere altre (più nobili?) mire. Intanto sfoglia le pagine della collezione dei numeri di Vogue certosinamente in ordine cronologico sugli scaffali sotto gli occhi attenti della madre, nei quali quasi si coglie un guizzo emotivo di speranza che la figlia si ricreda e che, in un modo o nell’altro segua, così come lei ha fatto con il padre giornalista, le sue orme. Verso quello che è un mestiere che non salverà il mondo ma che, indubbiamente, con lo scenario di salvazione prospettato da Dostoevskij condivide quella conditio sine qua non che è la bellezza.

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